Ssn. Rapporto Enpam-Eurispes: Il nostro sistema resta fra i migliori ma si può fare di più

 

19 DIC - In sostanza, pur riconoscendo che il nostro Servizio sanitario è tra i migliori al mondo, per la capacità di assicurare la salute dei cittadini, ci sono margini di miglioramento a partire dal blocco del turn over che impedisce un ricambio di personale negli ospedali. Lo dice l’ultimo Rapporto Enpam-Eurispes.

 

Nel nostro Paese il “bene-salute” è garantito, pur tra le difformità e gli squilibri che nei inficiano l'immagine complessiva. Lo sostiene l’ultimo Rapporto Enpam-Eurispes sul nostro Servizio Sanitario Nazionale il quale rileva che, pur restando fra i migliori al mondo, sono ancora presenti dei margini di miglioramento. Dalla fotografia emergono alcuni dati, in parte noti in parte meno. Ad esempio l'Italia investe il 14,1% della spesa pubblica per mantenere il proprio sistema sanitario, l'1,1% meno della media europea; nel 2015 gli occupati nel comparto sanitario sono stati 1.796.000 ma considerata la quota di lavoro nero è legittimo ritenere che il totale potrebbe essere di oltre 2milioni di addetti, ovvero una quota vicina al 10% del totale occupati del Paese. Tra le contraddizioni più stridenti poi il Rapporto evidenzia la lunghezza delle liste di attesa per le visite specialistiche. C’è poi il problema del blocco del turn over che impedisce un ricambio di personale negli ospedali, creando così un fenomeno di precarizzazione di figure qualificate come medici, assistenti sanitari e tecnici. Infine il rapporto pone l’accento sulla malasanità (570 casi di errori monitorati), e il

un parco tecnologico carente.

C’è poi da considerare l’evoluzione dei piani di rientro di molte regioni, il varo dei nuovi e delle nuove politiche vaccinali, elementi questi che fanno ritenere che il sistema è mobile e che per alcuni versi siano state imboccate le strade giuste in un rapporto più equilibrato tra autonomia ragionale e Ministero della Salute.

 

 

Gian Maria Fara, presidente Eurispes alla luce di quanto detto, sottolinea come occorra “soprattutto ricordare che, nonostante i ritardi e i problemi, il nostro Sistema sanitario nel confronto internazionale rimane uno dei migliori al mondo per la capacità di assicurare la salute dei nostri cittadini”.

In particolare viene evidenziato il problema del blocco del turn over che impedisce un ricambio di personale negli ospedali, creando così un fenomeno di precarizzazione di figure qualificate come medici, assistenti sanitari e tecnici. Nel 2011 si rileva che nelle strutture della sanità pubblica operavano almeno 35mila precari, tra cui 10mila medici, con lavoro a gettone.

 

Dal Rapporto, evidenziano i curatori, “risulta un quadro che apparirà sorprendente a chi ritiene, sulla base dell'informazione pubblica e di quella del web, che la situazione italiana sia decisamente peggiore delle altre per l'inefficienza, gli sprechi, le carenze organizzative, l'assenteismo, le prassi corruttive, che ne caratterizzano l'attività. E invece così non è”.

 

L'Italia investe il 14,1% della spesa pubblica per mantenere il proprio sistema sanitario, l'1,1% meno della media europea. L'Irlanda è il paese che vi dedica la quota più alta (19,3%), ma questa spesa incide solo per il 5,7% del proprio Pil, dato che per l'Italia sale al 7%. Cipro è il paese che spende per la sanità la percentuale più bassa della spesa pubblica, pari al 2,6% del proprio Pil. Gli operatori impegnati nella sanità rappresentano una quota di lavoro rilevante nel nostro Paese. Nel 2015 gli occupati nel comparto sanitario sono stati 1.796.000. Considerando la quota di lavoro nero e grigio che si annida soprattutto nell'area della cura alla persona, è legittimo ritenere che a questi si debbano aggiungere tra le 300.000 e le 400.000 unità, portando il totale a circa 2.200.000 addetti, ovvero ad una quota vicina al 10% del totale occupati del Paese.

In Italia operano 37.047 medici odontoiatri (Istat-Rcfl-2016). In confronto ad altri paesi europei la quota degli odontoiatri che lavorano nella sanità pubblica è tra le più basse, e sempre per il 2016 si assesta al 2,9%, ovvero a meno di 1.100 unità. Le cure dentarie sono dunque sostanzialmente a carico delle famiglie, incidendo fortemente sulla spesa sanitaria totale.

I liberi professionisti sono 31.604, e a loro volta generano lavoro per decine di migliaia di assistenti alla poltrona, igienisti e addetti alla segreteria. 

Tra le contraddizioni più stridenti-  evidenzia ancora il Rapporto - quella della lunghezza delle liste di attesa per le visite specialistiche e per i ricoveri ospedalieri che ha prodotto riflessioni critiche sul ruolo ed il reale funzionamento dell’intramoenia, che finisce col generare una forte disparità nell’erogazione della cura su base censuaria, oltre che dilatare i tempi di accesso alle visite specialistiche per chi non vi fa ricorso. Inoltre il Rapporto segnala che se la spesa delle famiglie in ticket per il 2015 è di 1.403.626.000 euro, gli italiani hanno sborsato nello stesso anno per l’intramoenia ben 1.118.395.000 euro.

Attualmente dall’intramoenia entra nelle casse pubbliche poco più 10% dei volumi generati dall’intramoenia stessa: circa 150 milioni di euro. La quota di ricavo lordo risulta inoltre progressivamente in discesa: circa il 15% nel triennio 2005-2007, intorno al 13% nel 2008. "Nel Lazio i volumi complessivi di intramoenia producono più di 137.000.000 di euro, ma nelle casse della sanità regionale rimangono solo circa 13.000.000 di euro. In Lombardia si spendono in intramoenia circa 262.000.000 di euro, ma alle casse della Regione ne giungono solo circa 18.000.000".

 

Su 570 casi di presunti errori monitorati, 117 si sono verificati in Sicilia, 107 in Calabria, 63 nel Lazio, 37 e in Campania, 36. Oltre la metà dei decessi (232, il 58%) è riferibile alle regioni del Sud e Isole (Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna). Questi dati evidenziano le forti differenze territoriali in quanto ad emersione di casi di malasanità, con le Regioni del Nord che registrano meno criticità rispetto al Sud, e quelle sotto Piano di rientro che ne sono maggiormente esposte.

“Di fronte alle ristrettezze dei bilanci regionali, - rileva il Rapporto - non sorprenderebbe scoprire nella sanità italiana un parco tecnologico carente e non “aggiornato” rispetto alle nuove tecnologie, come conseguenza di un sistema impoverito e caratterizzato da bassi investimenti. E invece la presenza di apparecchiature tecnico- biomediche (nelle strutture ospedaliere e territoriali) risulta in aumento nel settore pubblico, anche se la loro disponibilità è fortemente variabile a livello regionale. Esistono, ad esempio, circa 106,2 mammografi ogni 1.000.000 di abitanti con valori che superano i 150 in due Regioni (Valle d’Aosta, Umbria). La regione che registra il rapporto minore tra apparecchiature tecnico-biomediche e abitanti è la Campania.

 

L’evoluzione pur faticosa dei piani di rientro di molte regioni, il varo dei nuovi Lea (Livelli essenziali di assistenza) e delle nuove politiche vaccinali, fanno ritenere che, comunque, il sistema non sia “immobile”, e che per alcuni versi siano state imboccate le strade giuste in un rapporto più equilibrato tra autonomia ragionale e Ministero della Salute”.

 

 

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